Testimoni:
g Bd, f.
140r:
/dellib(ro)/ de laffrica g1 AD356, ff. 95v-96r
g2 Cp392, f. 145r:
No(n) de M. F. P. [a.m., mrg.]
g3 Tou2102, f. 128r
V4784, f.
122v-123r
Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDE CDE
Tradito dal solo
g, questo sonetto è assemblato su tessere di
Rvf 132,
S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?, e
Rvf 134,
Pace non trovo, et non ò da far guerra, rime petrarchesche dalla precoce amplissima fortuna, persino tradotte in latino dal Salutati (qualche elemento condivide anche di
Rvf 118); ma con un montaggio non pedissequo e un’
aemulatio originale dal risultato persino felice.
Al v. 5 Vattasso,
Cod. petr. Vat. e Solerti emendano
sani, su cui concordano tutti i manoscritti, in
sa[v]i. L’eziologia è quanto di più facile si possa immaginare, e
savio, non
sano, è in effetti il lemma che comunemente si trova contrapposto a
stolto come suo contrario. Tuttavia l’espressione
pensieri sani (a non parlare degli
intelletti sani di
Inf. XI 61) trova svariate attestazioni in poesia (Boccaccio,
Teseida, L. 10, ott. 24, v. 6; Mino d’Arezzo,
Io son diletto, vv. 31-32; Jacopo del Pecora,
Fimerodia, L. 1, cap. 3, v. 81; L. 3, cap. 13, v. 31) come in prosa, e l’intervento non pare perciò necessario: si ritorna dunque a
sani, come già in Vattasso,
Otto sonetti.
Allo stesso v. 5, non è banale la scelta fra cui i manoscritti si dividono, «sani
e stolti» vs «sani stolti». Essendo la congiunzione presente in Bd, che rappresenta un intero ramo, più Cp392, che appartiene all’altro, «sani
e stolti» sarebbe a rigore la lezione promossa dallo stemma. E nonostante ciò è evidente che il passaggio dalla variante sindetica a quella asindetica non sia spiegabile se non come omissione pura e semplice, mentre quello inverso sia un riflesso condizionato, un automatismo (lo dimostra appunto la lezione di Cp392, contraria al suo gruppo
g1). Alla luce di ciò si sceglie, ‘contro’ lo stemma, l’alternativa
sani stolti, che risponde a una costruzione di ossimoro aggettivale ‘a contatto’, come
dolce amaro oltremodo frequente proprio in Petrarca (
Rvf 129, v. 21 «viver dolce amaro»;
Rvf 157, v. 6 «dolce amaro lamentar»;
Rvf 296, vv. 3-4 «dolce amaro / colpo»;
Rvf 329, v. 11 «dolce amara vista»), d’altronde ben amalgamata nella retorica ossimorica del sonetto.
Si accoglie, con Vattasso,
Cod. petr. Vat. e Solerti, e dunque contro Vattasso,
Otto sonetti, il modo interrogativo della seconda terzina, retta naturalmente da
che non fermate? al v. 6. I due versi che seguono, strutturati come due consecutive una dentro l’altra, dalla sintassi maldestra –
(sì) che la vela percuota un solo vento | sì che da tanti dubbi siate sciolti – non sono diversamente interpretabili, salvo voler spezzare il periodo e intendere il primo
che come esortativo-ottativo:
che non fermate ov’è vostro talento? Che la vela percuota un solo vento!, sì che da tanti dubbi siate sciolti.
Qualche oggettiva perplessità suscita il v. 9, «io non so ch’io vorrei né quel ch’io voglio», con patente
repetitio sententiarum. Escludo del tutto che la duplicazione sia da risolvere interpretando il primo
ch’io nel senso di
ch(i) io, contro il successivo
quel ch’io voglio, dato che la contrapposizione sembra piuttosto giocata fra
vorrei e
voglio, e che la formula «non so ch’io mi voglio» è altrove attestata, chiaramente con il significato
ch(e) io:
Tanto di mio cor doglio [BarPad, ball. 23], v. 14. Proprio in questa poesia musicale appena citata, ai vv. 1-2, si rileva un bisticcio simile al nostro, «Tanto di mio cor doglio, | ch’i’ non so ben voler quel ch’i’ mi voglio», nonché in Niccolò Soldanieri,
Perch’io di me, v. 16, «Quel che mi nuove voglio, e nol vorrei», in Petrarca stesso,
Rvf 118, v. 10, «et vorrei più volere, et più non voglio», e nel noto incipit del Dondi a Petrarca,
Io non so ben s’io volia quel ch’io volio. Quest’ultimo riscontro aiuta ad avanzare un’ipotesi su un possibile guasto, a monte del quale si potrebbe forse intravvedere «io non so [s]’io vorrei, né quel ch’io voglio», non persuasivo fino in fondo, ma molto pertinente con il seguito, «ch’un disio vuole e con altro reprendo». In questo v. 10 appena citato è indifferente la concorrenza fra
con altro di Bd e
con (o
col)
l’altro di
g1: si segue come di consueto Bd, la cui lezione è qui confortata dall’impressione che quello che
riprende non possa definirsi
il pensiero, ma un pensiero indeterminato, se subito dopo se ne menzionano altri
cento.
Si conserva la forte dialefe fra atone
che la vela percuota ˇ un sol vento al v. 7, che sarebbe facilmente correggibile, come fa Cp392, in
sol[o].
Arbitraria la scelta di Solerti al v. 4, che ritocca «vorrei dolerme» in «e vo’ dolermi», allineato analogicamente su «e vo cercando» del verso anteriore, ma senza il conforto di alcun testimone.